ABITARE

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Le case sono molto più che muri che dividono un dentro da un fuori. Sono la nostra vita, il rifugio entro cui riparare e rigenerarsi, gusci in cui trovare sollievo, oasi dove sedersi alla tavola e attendere gli ospiti, nidi dove fare crescere i figli, fortezze che custodiscono i nostri affanni, porti dove ritirarsi a tarda sera. Nella casa si rispecchiano i modi di essere, i valori, le concezioni del mondo, personali e collettive. La casa è il nostro primo universo, la feritoia da cui guardiamo fuori, il nodo che tiene insieme i pensieri, i ricordi, i sogni; è l’albergo dei nostri ricordi, il rifugio delle nostre speranze, l’armadio dove perdere e ritrovare gli oggetti più cari.

La casa è una miniatura del mondo, l’insieme di abitudini e di gesti che si sono inscritti nelle cose che ci circondano, luogo dell’intimità con noi stessi, con le cose, con le persone più vicine.. Quante esperienze cruciali della vita avvengono nel segreto della casa, dormire, riposare, nascere, leggere, amare, scrivere, ammalarsi, morire. Tutte esperienze che le case trattengono e ci restituiscono nella forma del ricordo e della memoria.

First house in a settlement (1926) painting in high resolution by Paul Klee. Original from the Kunstmuseum Basel Museum.

Eppure, a fronte di una densità di vita e di emozioni così ricca, la nostra lingua appare particolarmente parca di termini. A differenza di altre lingue – pensiamo all’inglese che distingue bene il termine house, la casa in senso stretto come manufatto, da home, termine che allude agli affetti, al sentimento, allo spirito dell’abitare – la lingua italiana offre una parola pressoché unica per definire il luogo dell’abitare, “casa” appunto, – affidando alla forza dei verbi la sottolineatura dei molti possibili significati. 

Pensiamo ad espressioni come “sentirsi a casa”, “fare casa” e alle loro implicazioni psicologiche e antropologiche, o all’espressione più gergale di “metter su casa”, che allude a tutta quella serie di processi sociali e di dinamiche culturali, che stanno dietro alla nascita di un nuovo nucleo familiare o all’uscita da quello natale; alle locuzioni “trovare casa”, “condividere una casa”, “avere diritto ad una casa”, “essere senza-casa”, che ci portano dentro alla prospettiva dei diritti, dei bisogni e delle politiche sociali.

Image by Freepik

Una struttura sociale, fatta di legami familiari ispirati a un certo mutuo soccorso e di case di proprietà, è stata il paracadute che ha salvato dall’abisso delle varie crisi molte famiglie italiane. Siamo il Paese della seconda e talvolta della terza casa, della casa da affittare sul modello Airbnb che tanto condiziona la vivibilità delle città d’arte e dei contesti turistici. Casa diventa sinonimo di rendita, di bene rifugio, di investimento e sostituisce il lavoro in contesti dove le economie sono bloccate. 

Questa struttura abitativa è la proiezione di un modello sociale tendenzialmente statico, poco incline alla mobilità sociale, più propenso a generare rendita che lavoro. Un modello che da tempo ha rivelato i suoi aspetti di fragilità, soprattutto se osserviamo le fasce di popolazione più deboli e a rischio di povertà. A un’immobilità fisica degli immobili rischia di corrispondere un’immobilità sociale. 

Il quadro del nostro Paese è infatti fortemente polarizzato: pochissime case in affitto a canoni bassi e molto bassi (case di edilizia pubblica), con un’altissima domanda da parte di famiglie in difficoltà che chiedono di accedervi; poche case a prezzi di mercato a disposizione di quella fetta di popolazione che non gode di una casa in proprietà. 

E questa difficoltà diffusa è paradossale se consideriamo che l’Italia è il primo Paese in Europa per numero di case in relazione a quello delle famiglie, ma ci sono troppe “case senza abitanti” e troppi “abitanti senza case”. Costruiamo case a ritmo crescente, senza che questa iper-produzione edilizia risponda a quella domanda di case che ancora è espressa da molte famiglie e da molti giovani. Cresce la domanda di case e allo stesso tempo cresce l’offerta, entro un disaccoppiamento che ha le sue radici in un modello edilizio fondato sulla rendita e su un uso distorto degli oneri di urbanizzazione, per cui costruire case nuove risponde più ad una domanda finanziaria dei Comuni che a una domanda reale di alloggi; cresce il numero di persone che hanno difficoltà a trovare casa, giovani coppie, lavoratori, migranti, famiglie numerose, anziani, sfrattati, studenti universitari, e il numero dei mal alloggiati o di persone senza casa.

Habitations Champetres published in 1855, by Victor Petit (French, 1817–1874), an aerial view of antique architecture. Digitally enhanced from our own original chromolithograph.

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Per questo la questione abitativa è essenzialmente questione politica. È evidente che la scarsità di case non sia un problema di quantità ma di equità e di pari opportunità nell’accesso alle risorse. Nelle società moderne la scarsità – di case, di servizi, di beni, di cibo – non esiste di per sé, è sempre il frutto di comportamenti collettivi e di politiche mancate. C’è prima di tutto un problema di regole pubbliche in grado di orientare il mercato abitativo, di tutelare i proprietari di case ma soprattutto di evitare comportamenti speculativi ispirati al massimo guadagno e alla speculazione, di sostenere chi decida di affittare ad altri i propri alloggi. 

Una riflessione matura sul tema della casa oggi dovrebbe: 1. tematizzare la casa come un diritto e promuovere azioni a sostegno del buon abitare; 2. disegnare risposte pubbliche intorno alla domanda di casa, integrando il ruolo del soggetto pubblico, promotore edilizio ma soprattutto arbitro e regolatore del mercato, con quello dell’impresa sociale e della cooperazione; 3. valorizzare un sistema di produzione edilizia flessibile, poco energivoro e sostenibile sotto il profilo ambientale.

Quest’ultimo è il punto più delicato. Non è facile convertire un mercato fondato sul ciclo del cemento, di scarsa qualità (spesso gestito direttamente da imprese legate alle mafie), informale e autoprodotto, verso sistemi costruttivi di prefabbricazione, più flessibili, controllabili, meno esposti all’obsolescenza del calcestruzzo, con minori impatti ambientali. Non è facile promuovere un’idea di casa passiva, che non solo non consuma energia inutile ma la produce e diventa essa stessa dispositivo di mitigazione ambientale. Non è facile sostenere la rigenerazione e la valorizzazione del patrimonio esistente, inducendo imprese e famiglie a ridurre al minimo il consumo di suolo e la nuova costruzione di case. Non è facile ma è assolutamente urgente.

È necessario, infine, superare le angustie in cui abbiamo relegato il tema abitativo. Nessuna casa è più solo una casa, nessuna idea di abitare può limitarsi alla sola casa. L’osservazione del quotidiano apre a nuove urgenti letture. Il privato è oggi investito da trasformazioni spaziali e simboliche, diventa sempre più spesso luogo ibrido dove si mescolano lavoro e vita privata; attraverso il Web diventa spazio di connessione e di apertura costante al mondo esterno; nelle forme del co-housing e dell’abitare collaborativo la sfera privata cede spazio alla condivisione con altre persone, rinegozia il concetto di privacy e di intimità. La diffusione dello smart working, che nella gran parte dei casi è lavoro svolto da casa, ridefinisce la scena e la ribalta, l’intimo e il non visibile dal pubblico. Assistiamo in forme nuove ad una porosità dello spazio intimo rispetto ad altre dimensioni del vivere, come il lavoro, il commercio, le relazioni sociali. 

Ma abitare, nel suo significato più pieno, trascende l’abitazione; è il verbo che esprime la capacità dell’uomo di lasciare tracce, di modificare il mondo e di adattarlo alle proprie necessità di riparo, di sicurezza, di protezione.  Nell’abitare si giocano tutte le dimensioni della vita, il corpo con le sue necessità e le sue abitudini, il bisogno di relazione, di riconoscimento, di ascolto, di prossimità con l’altro, così come la necessità di dare senso a tutto questo. È poter transitare da un interno a un esterno senza essere sopraffatti dallo spaesamento e dal timore, contare su una rete di punti di riferimento, luoghi, amicizie, spazi d’incontro che consentano questo movimento itinerante tra luoghi nei quali si è attesi e luoghi dove si è accolti. Abitare si allarga al contesto di prossimità, al quartiere, alla città, allo spazio pubblico condiviso con gli altri, coinvolge una dimensione collettiva e civile.

Per questa ragione l’abitabilità di un luogo dipende sempre dalla dotazione di spazio pubblico, dalla ricchezza di quel tessuto connettivo che tiene tutto insieme: le strade, le piazze tra le case, la qualità minuta dei marciapiedi, la presenza di sedute che consentono alle persone non solo di camminare ma anche di trattenersi, i parchi e i giardini, gli spazi per i bambini e per gli animali, le piste ciclabili, le isole pedonali, le strade solo pedonabili. È dalla qualità di quello spazio intermedio e di prossimità che dipende il benessere e la salute delle persone. Trascorrere più tempo possibile fuori dalle abitazioni, anche d’inverno, anche nei Paesi freddi, è di vitale importanza per la solute e per le relazioni umane. 

È nei luoghi che abbiamo ritrovato il senso della prossimità durante la pandemia, è nei luoghi che dovremo trovare soluzioni alla sfida energetica, attivando comunità intorno alla produzione e alla condivisione dell’energia, è nei luoghi che dovrà tornare ad essere centrale la produzione alimentare, che significa anche cura della terra e del paesaggio, è nei luoghi che affronteremo la sfida climatica, promuovendo azioni concrete di rinaturalizzazione, di mitigazione ambientale, di contenimento degli effetti di siccità e inondazioni. 

Per approfondire

Elena Granata

Elena Granata

Docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, è vicepresidente della Scuola di Economia Civile e Founder di Venture Thinking.È stata membro dello Staff Sherpa, Presidenza del Consiglio dei Ministri, G7/G20 (2020-21) sui temi della biodiversità. Tra i suoi libri: Il senso delle donne per la città (Einaudi, 2023); Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo (Einaudi, 2021); Biodivercity (Giunti, 2019).